La gatta sul treno che scotta

È entrata nella piccola sala d’aspetto della stazione di Vicomorasso con la sicurezza di chi sa di trovarci dei vecchi amici. Con un balzo si è seduta sulle ginocchia di un viaggiatore che, per nulla sorpreso, è emerso dal suo cellulare ed ha iniziato ad accarezzarla. Poi è venuta a salutare anche me, strusciandosi sulle mie gambe. Appena ha sentito in lontananza il fischio del Trenino che affrontava le ultime curve prima di arrivare in stazione, si è precitata sul marciapiede ad aspettarlo, ricevendo dagli altri viaggiatori le attenzioni che spettano ad una deliziosa gattina tigrata. Appena arrivato il treno è salita sulla terza carrozza, ma quando l’hanno fatta scendere, per gioco o per protesta, ci si è ficcata sotto.

L’ha recuperata il macchinista e, rimproverandola, l’ha chiusa nella sala d’aspetto pregandomi di aprirle la porta non appena fosse ripartito. Il treno ha fischiato, lei ha miagolato ed io ho sorriso. Dopo quindici secondi di prigionia la furbastra è stata liberata e si è presa una robusta dose di coccole.

Claudio Di Tursi

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Maledizione!

…A volte sembra che i pensieri seguano un filo logico preciso. Poi improvvisamente un volo d’uccelli sopra la chioma di un pino mi distrae per un istante…

Maledizione! Ho dimenticato lo smartphone in macchina! Ma ormai il trenino è partito…stiamo entrando nella galleria fra Campi e Trensasco. Speriamo di non trovare sorprese al rientro. Finestrino rotto e cellulare rubato. Mi è già successo un’altra volta proprio qui a Campi. Inutile dannarsi. Ormai la frittata è fatta. Sono le 7 del mattino. Davanti a me un ragazzo ascolta musica e dorme. A Giugno, a quest’ora le giornate sono già luminose. Attraversiamo boschi di un verde intenso, intervallati a brevi gallerie. Troppo stanco per leggere un libro, ma non abbastanza per assopirmi. Nessuno a fianco con cui chiacchierare. Così guardo distrattamente fuori dal finestrino e mi accorgo che i pensieri iniziano a scorrere. E’ una strana sensazione. Da quanto non mi capita di trascorrere mezz’ora di totale inerzia, con la sola occupazione di inseguire le giravolte della mente? Da quando smartphone, tablet, MP3, videogiochi portatili hanno soppiantato libri e quotidiani si sta quasi perdendo pure l’abitudine a scambiare due parole con quello seduto a fianco. Figuriamoci pensare! Di più, ormai si ha quasi la fastidiosa percezione di perdere tempo.A volte sembra che i pensieri seguano un filo logico preciso. Poi improvvisamente un volo d’uccelli sopra la chioma di un pino mi distrae per un istante. Ed ecco che il filo si è smarrito. Dal finestrino, agli alberi si sostituiscono le facciate dei palazzi. Un pingue uomo di mezz’età a torso nudo ci guarda passare affacciato alla finestra del suo appartamento all’ultimo piano e mi strappa con un sorriso dai miei pensieri mutevoli e inconcludenti. Eccoci al capolinea, anche oggi. Si aprono le porte del Trenino e si torna a rinchiudere la mente negli schemi affatto creativi della vita quotidiana.

Un pensiero di Flavio Poggi

Foto di Andrea Martinelli 

Una Promessa sul Trenino

…Ricordo il gioco di ombre e luci che tagliavano il vetro del finestrino, lasciando quella bella sensazione dell’estate che sta per iniziare, carica di avvincenti promesse…

Il tuo cuore batteva già veloce dentro la mia pancia, più veloce di quanto fosse lo sferragliare del trenino sulle rotaie. Era l’estate del 2012, gli ultimi giorni di giugno o forse i primi di luglio, e nella nostra vita di giovani genitori stava per arrivare l’uragano Emma, sebbene non fossimo consapevoli dell’entità di tale uragano, allora. Per cui volevamo dedicare qualche momento al piccolo Francy, che dall’inverno successivo sarebbe diventato il fratello maggiore. Decidemmo che uno di questi momenti speciali sarebbe stato una gita a Genova con il trenino.”Davvero non ci sei mai stata?” mi chiese mio marito, con una punta di sarcasmo nella voce.

“Forse da piccola, mi ricordo di essere stata alla stazione di Manin , ma non ricordo altro… Poi c’è stata quella volta con i Giovanissimi, di ritorno dai baracconi, ricordi?”

“Quella non vale” tagliò corto Stefano: “Era inverno, di sera, era tutto buio, non si vedeva niente”.

“Beh dai, è uguale”

“No, di giorno è diverso” concluse lui, con il suo solito modo brusco che spesso cela la realtà delle cose.

Di giorno sarà diverso, mi ripetei. 

Ero agitata anch’io, quel pomeriggio, come una scolaretta in gita, e non riuscivo a nasconderlo.

C’era molto caldo, l’afa si alzava dal marciapiede della stazione come un vago tremolio luccicante e noi sudavamo come fontane zampillanti. Francy indossava una maglietta a righine, e un cappellino da monello di Charlie Chaplin, e il tutto dava un’immagine un po’ retro che s’intonava perfettamente con l’atmosfera del trenino.

Sotto la maglietta color salmone avevo una pancetta piccola e appena visibile, che accarezzavo di tanto in tanto.

Ricordo il gioco di ombre e luci che tagliavano il vetro del finestrino, lasciando quella bella sensazione dell’estate che sta per iniziare, carica di avvincenti promesse, e una famiglia francese seduta nel nostro vagone, con un bimbetto biondissimo che tentava di comunicare con Francy. Ricordo anche di essermi sentita fiera del trenino: un’attrazione turistica non da poco, mi dissi, domandandomi al contempo come mai se ne facesse così poca pubblicità tanto che io per prima, abitante a Sant’Olcese da diversi anni, non lo avevo ancora preso.

E poi il panorama è cambiato, abbiamo ritrovato il mare, ci si è aperto davanti agli occhi, racchiuso tra gomitoli di verde dei colli ripidi, e lì il cuore si è allargato, ha perso un battito, credo, e tu hai sfarfallato nella mia pancia. Ho pensato che facciamo chilometri e chilometri per vedere paesaggi mozzafiato, quando basta una corsa sul trenino per averne uno spettacolare.

Ho capito la frase di mio marito: di giorno è diverso.

La giornata è trascorsa serena, abbiamo passeggiato in centro, mangiato i pasticcini e abbiamo preso la strada del ritorno gustandoci nuovamente l’ebbrezza del paesaggio.

Sono scesa a Sant’Olcese Chiesa pensando che nei prossimi mesi sarebbe stata dura rifare un’esperienza del genere, con la piccola in arrivo. Mi dissi – anzi, ti promisi – che appena avresti sgambettato un po’, cara Emma, ti avrei portato sul trenino insieme a tuo fratello, per rivivere quell’esperienza in quattro.

Poi il trenino si è fermato, nel novembre del 2013.

La valle è diventata silenziosa, è finito lo stridio sulle rotaie mentre aspettavo i bambini fuori dall’asilo e ben presto mi sono abituata a questo silenzio.

Due giorni fa stavo potando i fiori in giardino e ho sentito un fischio riecheggiare nella valle: il trenino è tornato.

Non mi sono più accarezzata la pancia, ma sono venuta da te, che giocavi poco distante con tuo fratello, ti ho accarezzato la testa e ho detto:

<Emma, ti va se un pomeriggio andiamo con Francy e papà sul trenino?>.

Grida di gioia dei bimbi.

Finalmente posso onorare una promessa lontana, fatta in un caldo pomeriggio estivo di qualche anno fa.

Un pensiero di Chiara Ferraris 

 

#ImmaginandoilTrenino

Il Trenino di Casella(2016)

…Il mondo visto da un finestrino in movimento si affolla di sensazioni e forme che ci legano ancor di più al territorio da cui esse traggono origine…

Non sono mai salito sul Trenino di Casella ma in tutti questi mesi ho condiviso in pieno l’entusiasmo e l’impegno dei blog lapelledellorso  e santolceseinform@ per riavviare le sue rosse motrici. Ed ho condiviso -apprezzandoli molto- i tanti ricordi pubblicati ne I Diari del Trenino, pagine senza tempo che colpiscono per la ricchezza delle storie in cui l’unica protagonista è l’umanità dei semplici rapporti, dei genuini profumi evocati da immagini o parole nate dentro, delle piccole gioie raccontate da quotidiani pendolari che da quei finestrini guardano e narrano storie come da naturali corto-metraggi

Ho provato a raccontare allora queste sensazioni utilizzando la potenza dei colori e delle forme evocatrici, cimentandomi in un esercizio non facile -lo so, e probabilmente mal riuscito!- ma ho voluto provarci lo stesso, per omaggiare il trenino senza tempo che accompagna il viaggio di ognuno di noi in una valle senza coordinate spazio-temporali chiamata vita…Racchiudere su tela parole e sentimenti percepiti in quei diari restava impresa difficile quasi quanto riavviare una motrice Mallet serie 21-26 della Sangritana: ho preso così in prestito ideogrammi da un linguaggio di una terra lontana, a noi certo non familiari, ma che si sono rivelati  strumento potente per rappresentare un percorso immaginario che tocca “fermate” chiamate paese, amicizia, albero, lettura, desiderio, acqua, madre, parole, gioia, mistero….

Il mondo visto da un finestrino in movimento si affolla di sensazioni e forme che ci legano ancor di più al territorio da cui esse traggono origine, come percepite dalla calda sensibilità di un bruco che avverte le infinitesime vibrazioni della foglia rugiadosa su cui striscia, e con la piena libertà di un piccolo angelo, che volando sul suo violoncello guarda dall’alto un mondo di (propri) sogni ed emozioni.

Eh si, a noi non resta che sedere in un angolo nascosto di questo cielo, dove sole e luna, eternamente silenziosi, si abbracciano ricordandoci il tempo che accompagnerà sempre quel lento movimento della motrice tra alberi e case e ruscelli…. Salire sul trenino che porta con sé tutte queste emozioni è l’invito che faccio non solo a chi già siede in quei vagoni, guardando fuori dal finestrino con la testa dolcemente poggiata sul vetro mentre i propri pensieri volteggiano nell’aria come un aquilone, ma soprattutto a chi domani deciderà senza indugi di salirci su per provare a (ri)partire. Buon viaggio.

Un pensiero di Giampiero Pepe

Nell’immagine di apertura il quadro che l’autore ha donato all’Associazione Amici della Ferrovia Genova-Casella 

Classe 1929

Era ancora primavera nella sua vita, nonostante fosse della classe del ’29. Mi narrava le storie che avevano animato la sua intensa esistenza, drammatiche sofferenze e gioie semplici, condivise con i compagni di viaggio e con gli amici.Lo conobbi di martedì, in un pomeriggio di sole, ci trovammo nei pressi della panchina alla stazione di San Bernardo a Torrazza. Il nostro divenne un appuntamento settimanale per un lungo periodo. Ci dichiarammo amici, benché differenti le nostre generazioni ma simili, perché varie e ricche le nostre sensibilità. Finivamo i nostri viaggi entrambi ad asciugarci gli occhi annacquati di risate, di scambi di emozioni, di lacrime, di racconti di gruppo, di confidenze all’amico di un istante , eletto solo perché trovato a specchiarsi nel medesimo nostro finestrino, per pochi minuti di percorso.Scendevo. Andavo lontano, di una settimana. Lo ritrovavo puntuale ad attendermi, ad accogliermi.

Era il 2013, venne l’ inverno. La panchina rimase vuota, sapevo che un doloroso male lo aveva colpito. Mi sedevo accanto al suo ricordo, fino a che l’attesa divenne troppo gelida di assenza.

Notai la solennità dell’ultimo fischio.

Sono passati quasi tre anni, oggi il trenino riprende i suoi itinerari sulle verdi colline del nostro paese e con esso ripartono vecchie e nuove, piccole e grandi storie di intrecci di vite, vicende che ci indicano che il viaggio non è finito e che vive dei nostri ricordi e di uno straordinario e rosso fiammante futuro da costruire, attraverso i racconti e le mete della nostra stessa quotidianità, con il susseguirsi allegro degli arrivi, delle presenze e degli incontri a consolare le gelide panchine vuote di attesa, di assenza.

Un ricordo di Laura Startari, Tagesmutter e educatrice Montessori.

Foto di Andrea Martinelli
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Il papavero tra le rotaie 

…Le traversine si gettavano sotto il treno una dopo l’altra e nei mesi estivi, quando il sole era a picco sulla massicciata, le parallele lucide dei binari a tratti mi abbagliavano…

C’è un papavero in mezzo alle rotaie. Eh sì, è solo un piccolo papavero, con i suoi petali di farfalla avvizzita. Oscilla lentamente, sembra voglia sottrarsi alla gente, anche se non può fare un passo. Stamattina c’è folla al binario. Non per prendere il treno, ma per vedere chi scende. Ho guardato anch’io, curioso come sempre. Il treno arriva, con meno rumore di qualche anno fa.

Suoni familiari lo accompagnano, ma coperti dal brusio degli astanti.

Scende il ragazzo abbronzato, con la fascia tricolore sul petto. “Ti ho visto bambino – penso – ti ho visto”.

Nomen omen, mi pare dicessero i vecchi Romani.

Ed ecco l’auspicio più che il presagio farsi strada nel mio animo: il gerundio custodito nel tuo nome, segno non d’arme offensive ma di animo fattivo.

Armare è predisporre, costruire, preparare e prepararsi.

Il canto sale, dalla strada ferrata al cielo, mai corroso dal vociare, riscaldato da questo primo assaggio d’estate, ma con ancora il fresco dell’aria che porta sentori di neve dalle vicine montagne.

Si sta serrati, attoniti come di consueto, quando la voce si fa chiamare suono e ci permette di definirla canto.

E’ così, anche oggi come tanti giorni, come tanto tempo fa con te.

Ciàppine unn-a…

bo booo bo… Continua a leggere “Il papavero tra le rotaie “

 La locomotiva del mistero

… Ero ormai più o meno rassegnato a rinunciare a far luce su questo mistero quando un giorno, per caso come da migliore tradizione, mi capitò la svolta. …

Nel mio studio della storia delle ferrovie concesse, in questi anni di ricerche per polverosi archivi aziendali e burocratici archivi di stato avevo tre pallini che non riuscivo a in nessun modo a risolvere:1) ricostruire una ad una la storia delle 15 locomotive a vapore di tipo Mallet (un tipo molto specifico di loco-tender pensato per le linee con curve strette, molto spettacolare ed anche assai poco diffuso in Italia!) della società Ferrovie Adriatico Appennino che gestiva linee passate alla storia come la Fermana, la Sangritana e la Voghera-Varzi.

2) Scoprire quale fosse la seconda locomotiva a vapore della “mia” Ferrovia Genova – Casella, da sempre un mistero irrisolto che sin dagli anni ’80 alimenta le più svariate leggende metropolitane tra gli appassionati. Infatti tutti sapevano che sulla FGC dal 1926 al 1954 aveva prestato servizio una locomotiva tipo Mallet di costruzione Borsig proveniente dalla Ferrovia dell’Appennino Centrale, storica società che esercitava la linea a scartamento ridotto Fossato di Vico – Arezzo. Ma molti documenti e testimonianze parlavano di una seconda loco a vapore, certamente rimasta sulla FGC dalla sua apertura nel 1929 sino ai primi anni ’40 quando poi misteriosamente scompare, forse venduta. Ma sulle caratteristiche di questo mezzo niente si sapeva, solo alcune leggende, nate negli anni ’80, parlavano di una macchina Breda con rodiggio 1-3-0, cosa sorprendente perché macchine di quel tipo sulle curve della FGC sarebbero in seria difficoltà….

3) Sapere qualcosa in più circa i mezzi della travia di Mondovì, che nel corso della sua esistenza sembra aver inghiottito i mezzi più svariati dalle amministrazioni più varie e di cui, complice la sua chiusura nel 1953, ben poco si sa.

Ma come nel migliore dei romanzi gialli mai e poi mai avrei potuto immagine che queste tre piste fossero in realtà strettamente connesse tra di loro. Ed in effetti ricostruire la storia di eventi e spostamenti di mezzi avvenuti ormai oltre 60 anni fa spesso è come risolvere un vero e proprio giallo: il ricercatore/detective deve affidarsi alle testimonianze senza però dar loro troppo peso perché, come in un poliziesco, i testimoni spesso sbagliano o si confondono, mentono più o meno inconsapevolmente o sono reticenti. La fonte migliore sono gli archivi aziendali nelle cui carte spesso si celano corrispondenze, tabelle o censimenti che possono dipanare molti dubbi. Ma non sono rari anche qui, purtroppo, errori e sviste che alimentano nuove ipotesi e leggende, tutte da confermare. La prova migliore, come nel caso di un omicidio, rimane quella fotografica… Ma è anche quella più rara e spesso richiede accurate analisi, dove l’occhio attento dell’appassionato deve riconoscere l’indizio risolutore nei pixel sgranati di una foto passata attraverso diverse riproduzioni, spesso casalinghe, talora improbabili ed artigianali… ovviamente senza poter contare degli effetti speciali alla CSI, perché l’informazione che non c’è non si crea dal nulla con chissà quale mirabolante software.

Il primo passo, in verità era avvenuto pochi giorni prima dell’alluvione del 2014 quando era stata recuperata da un giornale locale una foto che ritraeva entrambe le vaporiere della FGC a Casella. Era la prima concreta prova dell’esistenza della seconda macchina a vapore (prima dedotta solo da anonime statistiche ministeriali) ma purtroppo non era stato neanche possibile accedere al giornale stesso ed avevo dovuto accontentarmi della foto della foto riprodotta sul giornale fatta dalla gentile bibliotecaria che era andata nel deposito, rigorosamente inagibile(!!), ove quel prezioso documento era custodito. Nella foto, manco a dirlo, la macchina ex-FAC era assai ben visibile mentre la seconda macchina, quella del mistero, occupava un esiguo numero di pixel di sfondo, troppo pochi per vederla bene e numerosi a sufficienza per alimentare nuovi dubbi ed incertezze: aveva il corrimano orizzontale sulla camera a fumo, una caratterista insolita per una macchina Breda ma comune alle macchine Borsig! E quindi incominciai già a dubitare di quello che si diceva sulla seconda macchina.

Continua a leggere ” La locomotiva del mistero”