Il papavero tra le rotaie 

…Le traversine si gettavano sotto il treno una dopo l’altra e nei mesi estivi, quando il sole era a picco sulla massicciata, le parallele lucide dei binari a tratti mi abbagliavano…

C’è un papavero in mezzo alle rotaie. Eh sì, è solo un piccolo papavero, con i suoi petali di farfalla avvizzita. Oscilla lentamente, sembra voglia sottrarsi alla gente, anche se non può fare un passo. Stamattina c’è folla al binario. Non per prendere il treno, ma per vedere chi scende. Ho guardato anch’io, curioso come sempre. Il treno arriva, con meno rumore di qualche anno fa.

Suoni familiari lo accompagnano, ma coperti dal brusio degli astanti.

Scende il ragazzo abbronzato, con la fascia tricolore sul petto. “Ti ho visto bambino – penso – ti ho visto”.

Nomen omen, mi pare dicessero i vecchi Romani.

Ed ecco l’auspicio più che il presagio farsi strada nel mio animo: il gerundio custodito nel tuo nome, segno non d’arme offensive ma di animo fattivo.

Armare è predisporre, costruire, preparare e prepararsi.

Il canto sale, dalla strada ferrata al cielo, mai corroso dal vociare, riscaldato da questo primo assaggio d’estate, ma con ancora il fresco dell’aria che porta sentori di neve dalle vicine montagne.

Si sta serrati, attoniti come di consueto, quando la voce si fa chiamare suono e ci permette di definirla canto.

E’ così, anche oggi come tanti giorni, come tanto tempo fa con te.

Ciàppine unn-a…

bo booo bo…

Dria e la fuliggine

Trallalero senza parole

C’erano gli alberi, tutti uguali i rami: verdi d’estate, nudi d’inverno, ma sempre gli stessi.
Li vedevo ogni giorno, attraverso il vetro della cabina di guida, come in un piccolo televisore.

Le traversine si gettavano sotto il treno una dopo l’altra e nei mesi estivi, quando il sole era a picco sulla massicciata, le parallele lucide dei binari a tratti mi abbagliavano.

La macchina ansava come un vecchio animale affamato e io la imboccavo: un lento, continuo, nerissimo pasto si trasformava in bolo incandescente, lapilli, luce, fragore.

Dividevo lo spazio angusto della cabina con il Pitanghera, un tale che, essendo lui il macchinista, rifiutava di usare la pala per gettare il carbone nella caldaia.

Io ero il fuochista, colui che aveva a che fare con il calore: praticamente l’unico vero artista dell’equipaggio.

M’ero incapricciato della ferrovia, delle locomotive, dell’odore dei carri.

Quel catrame denso, respirato profondamente, saturava le mie narici, mi inebriava.

E poi c’erano le immagini.

Il mio mondo era la fuliggine, la polvere sottile che, come un impalpabile talco nerissimo otturava qualsiasi passaggio, largo o stretto che fosse, dalla ciminiera della locomotiva ai pori della mia pelle.

…pitanghera, pitanghera, pitanghera in camò…

Tutto era fuliggine dicevo, tranne le mie pupille e i pochi millimetri quadrati di pelle attorno a esse.
La sera, quando rincasavo, prima della buona mezz’ora che impiegavo a tentare di ripulirmi il viso, sembravo un clown visto in un negativo fotografico.

Fissavo l’acqua nera mulinare sul fondo del lavello di marmo.

L’acqua era per me un elemento importantissimo e grazie al calore potevo trasformarla in una forza immane che muoveva le bielle della locomotiva.

La casa dove vivevo non era dotata di una vera e propria stanza da bagno e così mi lavavo in cucina, con un complicato sistema di bacinelle e brocche di acqua sempre fredda.

Ancora oggi che sono vecchio e abito un appartamento confortevole, non rinuncio al piacere minuzioso di strofinarmi la pelle con una pezza di stoffa ruvida, un po’ alla volta.

Più tardi, a letto, quando tentavo di prendere sonno, avevo negli occhi l’immagine della brace rovente e non trovavo pace finche non mi riusciva di spegnere quella luce, nonostante la stanza fosse completamente immersa nell’oscurità.

A quel chiarore che potevo vedere solo io scorgevo, sovrapposti gli uni agli altri, i visi delle persone incontrate durante il giorno.

In quelle immagini c’era qualcosa di fisso, linee costanti che si ripetevano secondo regole non definite.

Mi rigiravo nel letto e non riuscivo a spiegare il perchè di quelle linee. Sembravano cavità ovali che si spostavano se tentavo di rivolgere verso di esse lo sguardo; le pupille ne assecondavano il movimento e così quelle immagini risultavano sempre ai margini del mio campo visivo.

Tormentato da quel gioco assurdo, finalmente scivolavo nel sonno.

…trallalero di “a mae moe” fino a “faccia bella in verità”


I Il mattino seguente, tutto si ripeteva con confortante monotonia: sciacquavo il viso, mi radevo e facevo colazione con caffelatte e pane.
Ero un bimbo al quale piaceva sentir raccontare all’infinito la stessa favola, della quale conoscevo svolgimento e lieto fine.

Tutto questo mi rasserenava, vivevo senza sorprese e gli unici scossoni che conoscevo erano quelli dei convogli.

Se non ero di primo turno raggiungevo, passeggero dello stesso treno che avrei guidato, il deposito locomotive di Casella; una volta giunto sul posto di lavoro, cambiavo d’abito indossando una tuta che, prima di subire l’attacco della fuliggine, s’indovinava di colore azzurro.

Chiamare posto di lavoro il deposito di Casella era per me molto riduttivo.

L’autentico luogo nel quale il mio compito avesse un senso era la locomotiva e, per dare una definizione precisa di questo concetto, aggiungerei “in moto”.

Sì, la locomotiva in moto era il mio ambiente di lavoro.

Nelle stazioni presidiate era solito che un nugolo di ragazzini chiassosi attendesse l’arrivo del treno.

Mi sono sempre piaciuti i bambini. L’Ermide diceva che con loro ci sapevo fare.

Quando il treno rallentava per fermarsi in stazione, questo sciame colorato di creature, farfalle senza pensieri, ne accoglieva l’arrivo in modo straordinario.

I ragazzi correvano sul marciapiede e accompagnavano il convoglio fino a vederlo fermare.

Avevo sempre con me le mentine di zucchero, avvolte in un fazzoletto pulito.

Conservavo quell’involto in un taschino interno della tuta; al momento giusto sfilavo un guanto e, prestando attenzione a non sporcarle troppo, lanciavo le mentine colorate ai ragazzi.

Avreste dovuto vederli!

Qualche volta coprivo il primo turno di lavoro e raggiungevo il deposito locomotive facendo a piedi un tragitto di nove chilometri. Il lavoro iniziava la notte, quando preparavo la caldaia per il mattino seguente.

Lentamente la macchina si scaldava e l’acqua era pronta a trasformarsi in vapore.

Durante quelle ore trascorse in solitudine, avevo modo di pensare e – spesso – tracciare bilanci.

Ero giovane, mi piaceva la vita e amavo smodatamente il mio lavoro.

Tutto doveva essere a posto, mi piaceva la precisione.
Guardavo l’orologio e contavo i secondi prima del fischio.

Il Pitanghera non aveva nessuna considerazione né per me né per la locomotiva.

Il suo unico pensiero era aprire e chiudere il regolatore, frenare, fischiare.

Il resto era compito mio.

Non avevo ancora compiuto venticinque anni e il compagno di lavoro non scelto, approfittava di me.

Non mi rivolgeva mai la parola, tolti qualche secco “Butta carbone!” o “Dammi un po’ del tuo pranzo”.

Trascorrevamo la dura – più per me che per lui – giornata di lavoro gomito a gomito, pur restando due perfetti semisconosciuti.

Un colpo secco – il richiamo d’un animale – echeggiava nella valle, lungo i fianchi delle colline aspre, ai piedi delle quali ero silenziosamente nato il 4 Gennaio 1904: era il fischio della Borsig, una piccola locomotiva della quale m’ero invaghito anni prima, quando ancora non avrei dato un centesimo sul fatto che un giorno anch’io sarei diventato macchinista.

Con la forza del sogno, ti consegno questo ricordo.

Ecco, ora s’alza il vento. Lasciami partire.

La partenza

Il papavero tra le rotaie è ancora là. Nessuno lo ha calpestato. E’ di altezza giusta non lo falceranno nemmeno i convogli con il loro passare.

Fammi pensare che anche questo sia un segno…

Pensieri e ricordi di Paolo Besagno.

La foto è stata fornita dall’autore.

Anche tu, se vuoi, puoi raccontarci i tuoi pensieri in transito. Clicca qui.

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