La paura della fine, la fine della paura

…Il treno si muove. La mente e il cuore partono, e con lui quel cassetto dove avevo chiuso, nel novembre 2013, la parola “addio”, svanisce nel nulla mentre la motrice parte decisa …

Ho voluto subito tornare sul “mio” trenino e, non potendo essere presente alla toccante cerimonia della riapertura, ho deciso di farlo il lunedì immediatamente successivo, il 23 maggio. Il tempo è stato traditore perché dopo un bel weekend è arrivata addirittura la grandine, ma di queste cose il trenino non si preoccupa e corre spedito sulle sue rotaie, e ahimè questo concetto forse non è stato tanto chiaro agli scellerati amministratori degli anni 60 che hanno dato il colpo di falce a tante piccole meravigliose ferrovie come la nostra, a favore delle inquinanti e rumorose corriere. Anche se questo ultimo aspetto per la nostra cara ferrovia ha avuto un risvolto positivo, e cioè di cogliere in eredità il materiale rotabile dismesso dalle linee chiuse e permettergli quindi di continuare a vivere.
Il cuore batte forte. L’ultima volta che ero salito sul trenino era a settembre 2013, due mesi prima della sospensione (ora la chiamo così, anche se fino ad un anno fa si usava un altro termine che non voglio ripetere), quasi a volerle dare un saluto, che non sapevo se chiamare arrivederci o addio. Ovviamente ho scelto il primo termine, anche se il secondo l’ho voluto riporre a forza dentro un cassetto del cuore che ha continuato a tremare durante questi quasi 3 anni. Ma tant’è ne ero convinto: questo DEVE essere un arrivederci e non un addio. Punto.
Il treno del 23 maggio è quello delle 12.02 perché oltre all’amore smisurato che ho per questo gioiello e le rotaie in genere, non posso tradire la mia professione enogastronomica, quindi dopo il trenino andiamo alla Posta di Casella a pranzo.
Il treno si muove. La mente e il cuore partono, e con lui quel cassetto dove avevo chiuso, nel novembre 2013, la parola “addio”, svanisce nel nulla mentre la motrice parte decisa verso i primi curvoni dopo San Pantaleo e sale, sferragliando, quasi come un canto di gioia verso quelle rotaie ormai di nuovo lucide che ha ritrovato tutte sue, pronte ad accoglierla come in un abbraccio urlante.
La mente va a quei momenti di paura che sono stati tanti, la paura di non rivedere più nulla, di non rivedere quei vagoncini correre sui monti, in mezzo alle vallate, di non sentire più i fischi, quelli delle ruote e quelli del treno , e prospettarsi davanti l’orrendo spettro di una pista ciclabile fatta di ciottoli che non avrebbe avuto alcun senso.
Invece, rieccolo qua.
Di nuovo a portarmi via, a far viaggiare la mia mente e il cuore nel “leggere tra le righe” tutto ciò che della vita non riusciamo più a captare, schiavi della frenesia e di tutto ciò che è iperveloce, immediato, diretto, freddo. No. Il trenino non è nulla di questo, è una riscoperta di un qualcosa che c’è sempre stato e che noi stavamo per distruggere, di piccoli e immensi valori “lenti” e preziosissimi, microsensazioni, sobbalzi, pause, ripartenze, sussulti, paure e sicurezze.
Un po’ come amare. Perché chi ama non corre ma sobbalza, frena, accelera, si ferma, riparte, e perché no, fischia pure, proprio come il trenino.
Alla prossima!

Un pensiero di Alessandro Megna

Foto di Andrea Martinelli.
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Un pensiero riguardo “La paura della fine, la fine della paura

  1. Davvero era proprio paura…paura che non ripartisse piu’. Come per molte cose oggi, che fanno senza dirci niente, che spesso sappiamo grazie a qualcuno, ma che si guardano bene dal comunicarci…Almeno questa e’ andata bene,
    E grazie di cuore a chi lo ha reso possibile !

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