Per un pugno di foto

…Appena mi ha visto tirare fuori la reflex è sbiancato come se avesse visto la morte in persona. Ha capito subito che le mie foto sarebbero state migliori delle sue…

Quando l’ho visto arrivare ho dimenticato che erano più di tre anni che lo stavo aspettando. Era sempre lui, preannunciato dagli stessi suoni sinistri, con il suo odore di treno diverso da quello di tutti gli altri treni, con quegli arredi spartani. Saliamo su, riparte con quello strano sibilo e d’un tratto la frattura temporale si salda. Sul volto di mio figlio si è riformato lo stesso sorriso di quando, a tre anni, dopo un po’ che ce lo portavo, mi chiese lui di farci un viaggetto. Per la piccola, invece, è la prima volta ed è anche la prima volta che sta zitta sopraffatta dal mito del trenino, da quel sentire parlare della riapertura da giorni. Poi vuole fare una foto, con timore gli passo la reflex: “metti le mani così, guarda là dentro, inquadra e premi qui quando sei pronta. Non toccare niente mi raccomando!”. “Sì, sì papà, certo papà!”

I pezzi sono tre, noi siamo sulla motrice. I vagoni non sono comunicanti, in ognuno si crea un microcosmo. Due erano troppo pieni, il nostro troppo vuoto. Due bambini, i miei, una signora, il di lei compagno ed uno studente. Stop. Noi adulti maschi avevamo tutti la macchina fotografica. Con lo studente ci ho parlato amabilmente, all’andata ed al ritorno. Il compagno della signora, invece, mi guardava con sospetto. Poteva avere la mia età, di sicuro era più triste. Appena mi ha visto tirare fuori la reflex è sbiancato come se avesse visto la morte in persona. Ha capito subito che le mie foto sarebbero state migliori delle sue. L’ho guardato negli occhi con un’aria di sfida, mentre il treno oltrepassava un passaggio a livello ed il suono martellante della campanella di segnalazione, che aumentava via via che ci avvicinavamo all’incrocio e si affievoliva sempre più dopo averlo superato, trasmetteva la stessa stessa inquietudine del carillon di “Per qualche dollaro in più” nella scena del duello finale. È durato qualche istante, poi siamo passati ad altro; tanto le foto migliori si sarebbero potute fare solo al ritorno, quando il treno, scendendo verso Manin, apre il sipario su un panorama nuovo ad ogni curva.

Passiamo un po’ di tempo a Casella e mentre i foresti prendono d’assalto i bar sulla piazza centrale noi, facendo qualche passo in più, approdiamo a “La Meridiana”, un bar gelateria dove gelati e cappuccini sanno incredibilmente di latte vero invece che di polverine. Quattro chiacchiere con il gestore e poi di nuovo sulla A9: dovevano essere foto meravigliose e foto meravigliose saranno. Arriviamo verso Campi, strappo la Nikon alla bambina che ci aveva preso gusto e mi metto a scattare quasi senza togliere l’occhio dal mirino. So come avevo impostato la macchina prima di partire, sono sicuro del fatto mio, mi sembra di vederle, le foto; già sento gli “ohhh ….” di ammirazione di mia moglie.

Poi, arrivati quasi a Manin, mi placo, mi risiedo e guardo le anteprime. “Nooo… cazzo, sono tutte mosse…”. La ghiera delle modalità di scatto è in posizione sbagliata, qualcuno l’ha messa in priorità dei tempi ed i tempi sono a 1/60, troppo lunghi. “Livia sei stata tu?!?!” Lei non risponde, arrossisce e guarda dal finestrino per fuggire il mio sguardo. Dal sedile dietro arriva una grassa risata. Mi sembra di sentire un carillon.

Pensieri e foto di Claudio Di Tursi 
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